(AGI) - Roma, 30 ago - “E se la casta fossimo noi?”. E’ l’interrogativo su cui invita a riflettere Paolo D’Anselmi nel suo libro ‘Il barbiere di Stalin - Critica del lavoro (ir) responsabile’ edito da Universita’ Bocconi Editore. L’analista di relazioni pubbliche, con in curriculum esperienze presso Datamat e McKinsey, parte dal concetto di ‘corporate social responsability’ e lo reinterpreta, in maniera innovativa ed originale, come “disponibilita’ a dar conto del proprio lavoro”, la cosiddetta ‘accountability’. Ed ecco spiegato il titolo, apparentemente ermetico: come il barbiere di Stalin, che non si sentiva minimamente responsabile dei crimini del dittatore e rinunciava a “farsi giustizia con la lama”, anche noi ci affanniamo a dichiararci innocenti, senza fermarci mai a riflettere sul nostro “contributo” all’irresponsabilita’ sociale che caratterizza l’Italia.
D’Anselmi prende per mano il lettore e lo accompagna in una visita guidata nei bilanci sociali di aziende pubbliche, private e non profit. Dalla Nike alla Banca d’Italia, dall’Enel all’Inps, dalla Cappella Sistina alla Societa’ Autostrade. Passando per la politica, che, al di la’ di ogni implicazione ideologica, di accountability sembra masticarne ben poca. Risultato: a dar conto del proprio lavoro, sono, a sorpresa, soprattutto le grandi aziende esposte alla concorrenza, mentre lo fa poco, male o per niente chi non si confronta sul mercato, perche’ protetto da un ordine professionale, un monopolio, un contratto ‘blindato’.
Il lettore, attraverso i calcoli di D’Anselmi scopre che, dei 23 milioni di lavoratori italiani, 6,2 milioni (il 27%) rientrano nelle categorie protette, con stipendi piu’ alti degli altri e maggiore sicurezza di mantenere il posto, a prescindere dall’impegno. Semplicemente perche’ il loro lavoro, non essendo soggetto a concorrenza, non viene valutato. Ma, ammonisce D’Anselmi, “il lavoro non rendicontato e misurato, e’ lavoro evaso. Non fatto, non conta, non serve”. Secondo l’autore, l’evasione del lavoro “si puo’ valutare in 500 miliardi di euro, il 30% del Pil. Un fenomeno che, mescolandosi alla mancanza di una cultura dell’attuazione e alla scontentezza cronica nazionale, contribuisce a dar vita a quel senso di irresponsabilita’ generalizzato da cui in pochi restano immuni e che resta il principale colpevole dello stallo sociale in cui ci troviamo.
Al contrario di quanto possa sembrare, il messaggio di D’Anselmi e’ pero’ tutt’altro che catastrofista. Lungi dal propinare ai lettori il “magico decalogo” del “cosi’ tutto si aggiusta”, l’autore suggerisce che una via d’uscita c’e’ ed e’ quella di riprenderci la capacita’ di governare la nostra vita. Piuttosto che aspettare il miglioramento dietro l’angolo, propone D’Anselmi, sarebbe meglio cominciare a chiederci cosa fa ognuno di noi per promuovere questo miglioramento e riconsiderare le nostre responsabilita’ individuali.
La responsabilita’, conclude l’autore, “non e’ una cosa che si fa”, ma una “cosa che si e’”. Ma non si puo’ essere davvero responsabili se non ci si rivela prima di tutto a se stessi. Una regola che vale per grandi e piccole aziende private, enti pubblici e non profit, ma, prima di tutto, per ogni singolo individuo. (AGI)
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